Profili pericolosi e amici imprudenti

Mauro Fornaro

Profili pericolosi e amici imprudenti | Mauro Fornaro

Una raccolta di racconti che si presenta come una scorrazzata selvaggia in lungo e largo per la terra a stelle e strisce, tra analisi e sottili ironie delle sue mille contraddizioni.


   
1° livello
44%
14 copie al prossimo livello
12
Giorni rimasti
Sinossi

Questa raccolta di racconti Profili pericolosi e amici imprudenti trova continuità con la precedente Racconti Americani che si presenta come una scorrazzata selvaggia in lungo e largo per la terra a stelle e strisce, tra analisi e sottili ironie delle sue mille contraddizioni. Le pungenti stilettate ciniche e la capacità di stravolgere i finali con soluzioni estreme e inaspettate, fanno di Mauro Fornaro uno scrittore ben calato nel presente che sa coinvolgere, ma soprattutto far riflettere. Mai banale e sempre controcorrente, Mauro si snoda ancora una volta tra l’America profonda, amicizie poco raccomandabili e situazioni particolari che facilmente possono elevarsi a universali.

Anteprima

Big Brutus

– Senti è da ore che siamo in viaggio, mi spieghi perché hai fatto la deviazione? la storia è molto semplice, da Oklahoma City al Mark Twain National Park basta seguire la Interstate 44 per circa sei ore e praticamente ci caschi dentro. Per quale cazzo di motivo dopo due ore hai deviato!? Che cazzo stai facendo?
– Stai tranquillo, fidati di me.
– Fidati un cazzo, siamo partiti con due ore di ritardo per colpa tua.
– Stai sereno, sono andato a trovare Jessica. Sai com’è, dovevo svuotare.
– Che schifo! Tu ci stai assieme a quella solo perché non la cagherebbe nessuno, una ventenne brufolosa e cicciona. Una disperata che a costo di sognare un matrimonio, un giorno, chissà, magari… sarebbe disposta a tutto. D’altronde, si fa scopare da un depravato come te!
– Amico, lo sai che non è vero. La amo perché lei è una ragazza dolce e sensibile – sorrisino perfido.
– La ami un cazzo! Sei l’unico disposto a scoparla in tutta Oklahoma City! Coglione, dimmi dove cazzo mi stai portando. È da più di un’ora che non capisco dove siamo.
– Big Brutus.
– EH? Eeehhhh?! Cooosa? Che cazzo è, o chi cazzo è Big Brutal?
– Amico, Big Brutus. E comunque penso tu stia abusando un po’ della parola “cazzo”. Ripetitivo e noioso…
– Smettila di chiamarmi amico e ascolta bene queste due cose… VAFFANCULOOO! Poi, che caz… che cosa sarebbe Big Brutus e perché mi stai portando lì?
– Comunque le cose che mi hai detto sono state tre – sorrisetto insopportabile.
Il vaffanculo con te è sottinteso, non mi rompere i coglioni e rispondi. Testa di minchia!
– Certo, amico… Big Brutus è il soprannome della pala elettrica modello 1850B Bucyrus‑Erie, una delle più grandi al mondo del suo tipo in funzione negli anni Sessanta e Settanta. Ora è il fulcro di un museo minerario in West Mineral, Kansas, dove era stata utilizzata nelle operazioni di estrazione, pensa che è stata progettata per scavare da venti a sessantanove piedi, un vero portento!
– Porca puttana, ti sei imparato la parte a memoria! Giuda porcooooo, voglio andare a vedere la foresta non quel cazzo di escavatore.
– Pala elettrica, amico – sorrisetto malizioso.
– Smettila di chiamarmi amicooooooo, maledetto tu e tutti i santi escavatori, le pale elettriche e le palle di mio nonno!
Due pugni forti sul cruscotto, un destro sinistro degni di Tyson e un colorito viola, tendente alla morte.
– Andremo lì e ti ucciderò. Caro mio, sai troppe cose.
– Idiota, mongolo, pervertito. Che cazzo saprei per meritare tanto?
– Sai tutto di me, caro il mio cadavere momentaneamente ancora in vita.
– Lo so che so tutto di te, siamo amici da una vita. Stesse scuole, stessi amici, stessa vita.
– Sì, questo è vero. Ma ci sono cose che non sai e che ti voglio dire. Poi, però, dovrò ucciderti.
– Sì, ok. Organizziamo un weekend insieme, decidiamo la destinazione e cosa fare. Poi, a un certo punto, tu decidi di raccontarmi dei segreti, chissà che segreti, e mi comunichi che da qui a un paio di ore sarò morto. Bella merda, stronzo. Sei sfigato anche come omicida.
– Invece, no. Caro mio, il piano è perfetto. Chi se lo immaginerebbe? Nessuno, appunto. Quindi, il piano è perfetto.
– Sì, va bene. Come no. Convincente. E spiegami, quali sono queste cose che saprei, o meglio, che saprò tra poco, così gravi da meritarmi la morte violenta?
– Vero, giusto. Mi voglio confidare con te.
– Confidare? Stai per darmi delle informazioni gravissime sul tuo conto, tanto che chi le saprà poi dovrà morire e tu le chiami confidenze!? Robe da matti. Senti, non è che dovresti farti qualche giretto con una prostituta come si deve e forse ne usciresti pulito e vuoto anche mentalmente.
– Ah ah, non serve. Ho già la mia dolce Jessica. Non ti preoccupare. Ma ora lasciami parlare. Ti prego.
Qualche istante di silenzio, avevano i finestrini leggermente abbassati e il frinito delle cicale entrava prepotentemente come a invadere la loro intimità.
– Ti ricordi di Tom, sì ti ricordi di lui. Ogni tanto lo prendiamo ancora in giro. Era un bambino timido e le prendeva da tutti. Pure dalle bambine, anche quelle più piccole. Quel braccio rotto, quello che si ruppe in bagno. Beh, in realtà la colpa è mia. Non so cosa mi successe, o meglio, lì per lì non lo capii. Riuscii a capirlo solo molti anni dopo. Adoro infliggere dolore alle persone. Ma torno a Tom. Ero in bagno, avevo appena fatto la pipì e nello stesso cesso entrò lui. Fu un istinto, senza rendermene conto gli dissi di mettere il braccio vicino alla porta, ovviamente obbedì, e la feci sbattere forte. Poi gli sussurrai che se avesse detto qualcosa agli insegnanti gli avrei tagliato le dita dei piedi con le forbici. E così la feci franca, per la prima volta. Ma ce ne furono molte altre.
– Sì, okay amico. Ma questa è una mezza cazzata. Cosa da bambini. Avremo avuto quattro o cinque anni.
– Non direi, da lì nacque tutto. Ricordi della povera Tess…
– Oh, mio dio. No… – Stava iniziando a credere, almeno un po’, all’amico.
– Certo, caro mio. Non scivolò dall’albero. Fui io a spingerla giù e poi mi nascosi nella casetta dell’albero. Eravate tutti impegnati a urlare e a piangere, voi bambini, troppo impegnati a soccorrerla e a riportarvi in classi, gli insegnanti, che nessuno si è preoccupato di me. Rimasi lì per una buona ora, nessuno si accorse della mia assenza. Me ne uscii quando suonò l’ultima campanella. Confuso in mezzo a tutti gli altri bambini.
– Ma Tess in quell’occasione perse l’uso dell’occhio sinistro e rimase zoppa a entrambe le gambe. Pazzesco! Stai parlando seriamente?!
– Assolutamente.
Repentinamente il clima si fece più grave, il caldo divenne repentinamente insopportabile.
– Ma quindi… a James venne mozzato il lobo dell’orecchio destro, avremo avuto circa dieci anni…
– Esatto, lui non se ne rese conto ma fui io a spingere le sue dita perché le forbici si chiudessero. Quello fu il caso più semplice. Stavamo facendo gli stupidini e l’incidente passò per l’evento più probabile. Anzi, certo.
Il silenzio si impossessò per un attimo dell’abitacolo.
– E qualche mese prima toccò alla maestra Elizabeth. Ricordi? Cadde dalle scale del primo piano e si ruppe una vertebra del collo. Fui io a bagnare il primo scalino. Ci pisciai sopra e le conseguenze le abbiamo viste tutti. Con gli anni divenni via via sempre più bravo e scaltro. Mai scoperto. Il primo che sa queste cose sei tu. E sai perché? Perché voglio che qualcuno sappia quanto sono stato bravo in questi anni a non farmi scoprire. Il mondo, tutto, dovrebbe sapere che sono un genio. Ho sempre causato gravi danni in assoluto anonimato. Hitler lo odiano tutti, a me non mi odia nessuno. Non ho estimatori. Sicuro, Hitler ne ha ancora, ma a mio vantaggio non ho persone che ce l’abbiano con me.
– Oh, mio dio. Ma quindi… mi stai dicendo che le forcine per capelli nel risotto, quel giorno, avremo avuto forse tredici o quattordici anni… porca… porca puttana!
– Ah ah ah, esattttttto! Un pranzo, un primo, e ricordi bene, era risotto, una manciata di forcine et voilà: sette persone in ospedale con prognosi anche di due o tre mesi. Scoperto? Certo che no! Quel giorno a scuola non c’ero, o meglio, non ero in classe. A scuola ci venni eccome! Ma mi nascosi in mensa per mettere in pratica il mio piano malvagio. Non sai quanto ci godetti, quello fu il mio capolavoro!
– Tu sei pazzo o mi stai prendendo in giro?
– No caro, tutto vero. E negli anni i casi furono molti altri. Odiavo la scuola e provavo gioia e soddisfazione nel pianificare le mie volontà.

Sostenitori

Anonimo
Anonimo
Anonimo
Cecilia
Cristiano DM
Elisabetta
Marco Crivellaro
Massimo Danieli
Master Yoda
Matteo
cristiano barzon

Mauro Fornaro

Mauro Fornaro, poeta, scrittore di racconti, romanziere e blogger. Sempre incisivo, critico e mai schierato a priori. Perennemente in lotta con la banalità quotidiana. La sua prima pubblicazione, poetica, risale al '96, "Sottovoce". Del 2010 "Una complessa semplicità" e del 2012 "La fatica di non pensare", le altre raccolte di poesie prima di una di racconti "Se volessi essere disturbato" del 2014 e di un romanzo, uscito nel marzo del 2017: "L'uomo che piangeva in silenzio". Di ottobre del '17 è la pubblicazione poetica, la quarta raccolta di poesie, "In quanti siamo rimasti in questo caffè". Dell'aprile del 2018 è il libro di racconti "Racconti americani". Nel novembre del '19 è uscita la sua ultima raccolta di poesie, "Veramente pensate di capire i poeti?", libro estremamente autobiografico. In prossima uscita il libro "Profili pericolosi e amici imprudenti", una raccolta di racconti sempre con riferimento l'America e le sue contraddizioni.